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Zeus (Giove)

Zeus (Giove)ZEUS: divinità suprema dell'antica religione ellenica. La tradizione informa che Crono sposò sua sorella Rea, ma era stato profetizzato sia dalla Madre Terra, sia da Urano morente, che uno dei figli di Crono l'avrebbe detronizzato. Ogni anno, dunque, Crono divorava i figli generati da Rea: prima Estia, poi Demetra ed Era, poi Ade ed infine Poseidone. Rea era furibonda e partorì Zeus, il suo terzo figlio maschio, a notte fonda sul monte Licia in Arcadia, e lo affidò alla Madre Terra. Costei portò Zeus a Litto, in Creta e lo nascose nella grotta Dittea sulla collina Egea. Colà Zeus fu custodito dalla ninfa dei frassini Adrastea e da sua sorella Io, ambedue figlie di Melisseo, e nutrito con il latte della ninfa (o capra) Amaltea. Attorno alla dorata culla di Zeus bambino, montavano la guardia i Cureti figli di Rea. Essi danzavano battendo le spade contro gli scudi e gridando per coprire i vagiti del piccolo, perché Crono non potesse udirli nemmeno da lontano. Rea infatti, dopo il parto, aveva avvolto una pietra nelle fasce e l'aveva data a Crono che la inghiottì, convinto di divorare il suo figliolo Zeus. Col passare del tempo tuttavia, Crono cominciò a sospettare la verità e si mise a inseguire Zeus, che trasformò se stesso in serpente e le sue nutrici in orse: ecco perché brillano in cielo le costellazioni del Serpente e delle Orse.
Divenuto adulto, Zeus volle impadronirsi del potere detenuto dal tirannico padre e convinse la titanessa Meti a mettere un emetico nella bevanda di Crono. Crono vomitò i cinque figli che aveva inghiottiti insieme alla grossa pietra che era stata sostituita a Zeus. Tale pietra venne successivamente posta dallo stesso Zeus a Delfi, dove divenne oggetto di venerazione come omphalos, ombelico o centro della terra e del mondo. In segno di gratitudine, i fratelli e le sorelle riportati in vita chiesero a Zeus di guidarli nella guerra contro i Titani, che si erano scelti il gigantesco Atlante come capo.
La guerra durò dieci anni (Titanomachia), ma infine la Madre Terra profetizzò la vittoria di suo nipote Zeus, se egli si fosse alleato a coloro che Crono aveva esiliato nel Tartaro. Uccise perciò la loro carceriera, Campe, e liberò i giganti centimani (Ecatonchiri) e i Ciclopi, che diedero a Zeus la folgore, arma invincibile, ad Ade un elmo che rendeva invisibili, e a Poseidone un tridente. I tre fratelli tennero poi un consiglio di guerra; Ade si introdusse segretamente nella dimora di Crono per rubargli le armi e, mentre Poseidone lo minacciava col tridente per sviare la sua attenzione, Zeus lo colpì con la folgore. I tre giganti centimani stritolarono sotto una pioggia di sassi i Titani superstiti e un improvviso urlo del dio Pan li mise in fuga. Gli dèi si lanciarono all'inseguimento. Crono e tutti i Titani sconfitti, a eccezione di Atlante, furono esiliati nelle isole britanniche all'estremo occidente (oppure, come altri dicono, nel Tartaro) sotto la sorveglianza degli Ecatonchiri, e non turbarono più la pace dell'Ellade. Ad Atlante, come loro capo, fu riservata una punizione esemplare: doveva infatti sostenere sulle sue spalle il peso del cielo; ma le Titanesse furono risparmiate, per intercessione di Meti e di Rea. Dopo la vittoria, i tre fratelli divini Zeus, Poseidone e Ade decisero quindi di dividersi l'universo in tre regni. Zeus ebbe in sorte il Cielo, mentre ai fratelli Poseidone e Ade andarono rispettivamente il Mare e il regno dei morti; la terra rimase dominio comune.

Zeus lotta contro i Giganti Tuttavia, la vittoria di Zeus e degli Olimpi fu ben presto contestata loro, ed essi dovettero lottare contro i Giganti, sobillati dalla Madre Terra, irritata nel sapere i propri figli, i Titani, rinchiusi nel Tartaro. Era profetizzò che i Giganti non sarebbero mai stati uccisi da un dio, ma soltanto da un mortale che vestiva pelle di leone, e che anche costui non sarebbe riuscito nell'intento se non avesse trovato, prima dei Giganti, una certa erba che rendeva invulnerabili e cresceva in un luogo segreto sulla terra. Zeus subito si consigliò con Atena e la mandò ad informare Eracle (il mortale vestito di pelle di leone cui Era voleva chiaramente alludere) di come stavano le cose; poi proibì a Eos (l'Aurora), a Selene (la Luna) e a Elio (il Sole) di brillare per qualche tempo. Alla debole luce delle stelle, Zeus vagò in una regione indicatagli da Atena, trovò l'erba magica e la portò in cielo. Gli Olimpi poterono allora affrontare in battaglia i Giganti. Alcioneo fu ucciso da Eracle, aiutato da Atena, la quale consigliò all'eroe di trasportarlo lontano da Pallene, suo paese natale, perché ogni volta che cadeva al suolo, subito riprendeva forza toccando la sua terra. Eracle si caricò Alcioneo sulle spalle e lo portò oltre il confine della Tracia, eliminandolo poi a colpi di clava. Porfirione si precipitò su Era, ma ferito al fegato da una freccia di Eros, la sua furia omicida si trasformò in brama lussuriosa e lacerò la vesta di Era. Zeus, vedendo che il gigante stava per oltraggiare sua moglie, abbattè Porfirione con una folgore. Il gigante si rialzò subito, ma Eracle lo ferì mortalmente con una freccia. Frattanto Efialte aveva impegnato Ares in battaglia e l'aveva costretto a piegare le ginocchia; ma venne ucciso da una freccia di Apollo nell'occhio sinistro e da un'altra d'Eracle nell'occhio destro. Dioniso abbattè Eurito con un colpo di tirso, Ecate bruciacchiò Clizio con le sue torce, Efesto ustionò Mimante con proiettili di ferro rovente, Atena colpì Pallante con una pietra, ma sempre, in questi casi, Eracle dovette vibrare il colpo mortale. Scoraggiati, i Giganti superstiti si rifugiarono sulla terra e gli Olimpi li inseguirono. Encelado fuggì, ma Atena gli scagliò addosso un gran masso, che si appiattì e divenne l'isola di Sicilia. Polibote fu inseguito da Poseidone attraverso i flutti e giunse nell'isola di Cos. Il dio spezzò una parte dell'isola, chiamata Nisiro e la lanciò sul gigante. Ermete, preso in prestito l'elmo di Ade, che rendeva invisibili, uccise Ippolito, mentre Artemide uccideva Grazione con una freccia. Le Moire, con i loro proiettili infuocati bruciarono le teste di Agrio e di Toante. In quanto agli altri Giganti, Zeus li fulminò ed Eracle li finì con le sue frecce.

Zeus scaglia dardi contro Tifone Dopo questo tentativo fallito di sconfiggere Zeus, Gea (la Terra) non si rassegnò; si giacque col Tartaro nella grotta di Coricia in Cilicia e generò il più giovane dei suoi figli, Tifone: il mostro più grande che mai vedesse la luce del sole. Quando Tifone si lanciò all'assalto dell'Olimpo, gli dèi fuggirono terrorizzati in Egitto dove si travestirono da animali. Soltanto Atena non si mosse e rimproverò Zeus per la sua codardia finché il sommo dio, riassumendo le sue vere sembianze, scagliò da lontano dei fulmini contro Tifone e, lottando a corpo a corpo, l'abbattè con il medesimo falcetto di cui s'era servito per castrare Urano. Ferito e ululante, Tifone si rifugiò sul monte Casio e colà il mostro, che era soltanto ferito, avvolse Zeus nelle sue mille spire, gli strappò il falcetto e dopo aver tagliato i tendini delle sue mani e dei suoi piedi lo trascinò nella grotta di Coricia. Nascose i tendini di Zeus in una pelle d'orso e li affidò alla custodia di Delfine, sua sorella, un mostro per metà donna e per metà serpente. La notizia della sconfitta di Zeus sparse il panico tra gli dèi, ma Ermete e Pan si recarono segretamente alla grotta di Coricia, dove Pan terrorizzò Delfine con un improvviso orribile urlo, mentre Ermete abilmente sottraeva i tendini per rimetterli nelle membra di Zeus che ritornò sull'Olimpo e, salito su un carro trainato da cavalli alati, inseguì di nuovo Tifone scagliando folgori. Tifone era andato sul monte Nisa, dove le tre Moire gli offrirono frutti effimeri facendogli credere che gli avrebbero ridonato forza, mentre invece lo predisponevano a sicura morte. Tifone raggiunse poi il monte Emo in Tracia e, accatastando le montagne l'una sull'altra, le fece rotolare verso Zeus che, protetto da una cortina di folgori, riuscì a salvarsi mentre le montagne rimbalzavano indietro su Tifone, ferendolo in modo spaventoso. I fiumi di sangue sgorgati dal corpo di Tifone diedero al monte Emo il suo nome. Il mostro volò poi in Sicilia, dove Zeus pose fine alla sua fuga schiacciandolo sotto il monte Etna, che da quel giorno sputa fuoco.
Zeus non si lasciava trasportare dai propri capricci come gli altri dèi dell'Olimpo, a meno che non si trattasse di capricci amorosi. Dalle sue unioni divine nacquero dèi e dee che sedettero nel gran consesso degli Olimpi; i suoi amori con donne mortali generarono altri dèi o stirpi di eroi. La prima delle spose di Zeus in ordine di tempo fu Meti, figlia d'Oceano, che per sfuggire alle voglie del dio assunse diverse forme, ma infine fu raggiunta e fecondata. Un oracolo della Madre Terra disse che sarebbe nata una figlia e che, se Meti avesse concepito una seconda volta, sarebbe nato un figlio destinato a detronizzare Zeus. Questi allora inghiottì Meti. A tempo debito, Zeus fu colto da un terribile dolore di capo e subito accorse Ermete, che indovinò la causa della pena di Zeus. Egli indusse dunque Efesto o, come altri dicono, Prometeo, a munirsi di ascia e di maglio per aprire una fessura nel cranio di Zeus, ed ecco balzar fuori, tutta armata, la dea Atena. Zeus sposò poi Temi, una delle Titanidi, e da lei ebbe le tre Ore: Eunomia, Diche e Irene; le tre Moire (le Parche), Cloto, Lachesi e Atropo; la Vergine Astrea, personificazione della Giustizia. Una tradizione vuole Zeus unito a Dione che gli avrebbe partorito Afrodite. Zeus lasciò Temi per Eurinome, un'altra oceanide che generò le Cariti (cioè, le Grazie: Aglae, Eufrosine e Talia); poi sposò sua sorella Demetra che gli generò Persefone. Si unì alla titanessa Mnemosine ("memoria") che generò le nove Muse e, secondo alcuni, giacque con Latona e in lei generò Apollo e Artemide. Soltanto a questo punto si pose il matrimonio sacro di Zeus con la sorella Era, la sposa ufficiale. Da questo matrimonio nacquero Ares, Ebe e Ilizia. Era diede alla luce Efesto senza intervento maschile, per vendicarsi della nascita di Atena dalla testa di Zeus. Un'altra sposa divina fu Maia, figlia di Atlante, che generò Ermete. Di lei Era non fu gelosa, mentre nei confronti di tutte le altre mogli e amanti, ninfe o mortali, mostrava un'implacabile furia vendicativa. Vedendo la bellissima nereide Teti sia Zeus sia Poseidone furono incantati dal suo fascino e cercarono di sedurla, ma appena Zeus seppe dal titano Prometeo che il figlio di Teti era destinato a diventare più grande di suo padre, la costrinse a sposare il mortale Peleo.

Zeus seduce Leda La prima donna mortale sedotta da Zeus fu Niobe, figlia di Foroneo, re di Argo. Sedusse anche un'altra donna argiva, Io, figlia di Inaco, a lungo perseguitata da Era, e in lei generò Epafo, antenato dei re d'Egitto. Vide Europa sulla spiaggia di Tiro e, infiammato d'amore per la sua bellezza, si trasformò in un toro d'un candore abbagliante, la portò in groppa fino a Creta dove, vicino a una fonte nei pressi di Gortina, si trasformò in aquila e la violentò. Europa gli generò tre figli: Minosse, Radamanto e Sarpedone, i quali nacquero nella casa di Asterione, re di Creta, poiché a lui, già incinta, Zeus la maritò. Generalmente Zeus appariva alle donne mortali nella forma d'un animale. Quando Semele, figlia di Cadmo, venne sedotta, Era la convinse a chiedere al dio di provare la sua identità apparendole nella sua vera forma e a quella vista Semele incenerì. Zeus allora portò il feto di Dioniso nella sua coscia fino a quando non fu pronto per nascere. Visitò Danae, madre di Perseo, e si unì a lei in forma di pioggia d'oro poiché suo padre Acrisio l'aveva rinchiusa in una torre. Sedusse Leda, moglie di Tindaro e madre di Elena e dei Dioscuri, in forma di cigno. In Antiope Zeus generò Anfione e Zeto, re di Tebe; la compagna mortale a cui apparve con le sembianze del consorte Anfitrione fu Alcmena, madre di Eracle, l'eroe predestinato a salvare gli dèi nella guerra decisiva contro i Giganti (Gigantomachia).
Non vi era regione del mondo ellenico che non si vantasse di avere come eponimo un figlio nato dagli amori di Zeus. Così i Lacedemoni si dicevano discendenti del dio e della ninfa Taigeta; gli Argivi si riconoscevano in Argo, nato da Zeus e dalla Niobe argiva; i Cretesi vantavano la loro origine dai figli di Europa. Allo stesso modo i grandi protagonisti delle leggende e molti degli eroi si ricollegavano a Zeus: è il caso di Agamennone e Menelao che discendevano da Tantalo, o di Achille e Aiace discendenti da Zeus attraverso la ninfa Egina. Il padrone del mondo spesso sceglieva a capriccio le sue amanti e le prendeva con grande malizia e furbizia, cambiando aspetto o forma, lasciando poi le sue vittime esposte alla vendetta della gelosa Era. È quanto accadde alla tenera Io, a Callisto, o a Europa; accadde anche a Semele che pure gli concepì il divino Dioniso. Altre volte, nella volontà di Zeus di dare figli a donne mortali, i poeti e i mitografi hanno voluto ricercare un atto provvidenziale: Leda che egli fecondò sotto forma di cigno, doveva partorire Elena affinché provocasse un conflitto sanguinoso che facesse diminuire la popolazione troppo numerosa della Grecia e dell'Asia; dall'inganno perpetrato nei riguardi di Alcmena nascerà Eracle, l'eroe destinato a portare pace, ordine e sicurezza tra gli uomini, distruggendo mostri e briganti.
Zeus volle punire con il diluvio la razza umana abbrutita dai vizi e l'empietà di Licaone, re dell'Arcadia, che aveva cercato di servire carne umana agli dèi. Più tardi, confinò Tantalo nel Tartaro per lo stesso delitto e anche per aver rivelato i segreti degli dèi agli uomini. Issione venne punito perché si era mostrato di un'estrema ingratitudine nei riguardi di Zeus che l'aveva purificato e salvato dalla follia in seguito all'uccisione del suocero, ma anche perché osò innamorarsi di Era e tentare d'usarle violenza. Zeus punì anche Asclepio per aver disobbedito alle sue leggi resuscitando i morti, e in risposta Apollo cercò di vendicare suo figlio uccidendo i Ciclopi che avevano creato la folgore di Zeus. Zeus avrebbe voluto precipitare Apollo nel Tartaro, ma Latona intervenne ottenendo che Apollo per punizione servisse per un anno intero, come bovaro, Admeto, re di Fere in Tessaglia.
Zeus ebbe a volte scontri con gli dèi e punì severamente le loro trasgressioni. Quando Era, Poseidone, Apollo e tutti gli altri dèi, a eccezione di Estia, si ribellarono e cercarono d'incatenarlo con corde di cuoio, venne salvato da Teti e dal centimane Briareo. Poiché la congiura contro di lui era stata organizzata da Era, Zeus la sospese alla volta celeste fissandole due bracciali d'oro ai polsi e legandole un'incudine a ogni caviglia. Efesto, che si era del tutto riconciliato con Era, quando vide la madre appesa al cielo, osò rimproverare Zeus che, infuriato, lo scagliò giù dall'Olimpo rendendolo per sempre zoppo. Zeus punì poi Apollo e Poseidone costringendoli a servire il re Laomedonte, per il quale costruirono le mura di Troia; ma perdonò tutti gli altri Olimpi, perché avevano agito istigati dai primi. Fu anche spietato con gli errori degli uomini mortali, soprattutto verso quelli che si arrogavano la sua maestà, come Salmoneo e Ceice.
Zeus intervenne anche nelle dispute che sorgevano un po' dappertutto: fra Apollo ed Eracle, a proposito del tripode di Delfi, che Eracle voleva portare via e fissare un suo oracolo in altro luogo. Apollo ingaggiò una lotta che rimase incerta, poiché Zeus separò i due combattenti lanciando fra di loro un colpo di fulmine, e l'oracolo restò a Delfi. Poi intervenne fra Apollo e Ida, a proposito di Marpessa che Apollo cercò di sottrarre a suo marito, ma essa rimase fedele a Ida; fra Pallade e Atena, provocando così, involontariamente, la morte di Pallade; fra Atena e Poseidone, i quali si disputarono il possesso dell'Attica; fra Afrodite e Persefone, innamorate entrambe del bell'Adone, il quale, per decisione di Zeus, venne costretto a vivere un terzo dell'anno con Afrodite, un terzo con Persefone e un terzo dove voleva lui. Zeus passava per aver rapito il giovane Ganimede, nella Troade, e per averlo fatto suo coppiere personale in sostituzione di Ebe.
L'iconografia ci presenta il dio in vari atteggiamenti: nudo mentre scaglia la folgore; tranquillo mentre impugna la folgore e si appoggia allo scettro; eretto col corpo parzialmente avvolto nelle vesti; seduto, impugnante con la destra lo scettro sormontato da un'aquila e recante con la sinistra protesa una Nike. A Roma Zeus fu identificato con Giove, come lui dio del cielo luminoso e dio protettore della città, nel suo tempio del Campidoglio.

Poseidone (Nettuno)

Poseidone (Nettuno)POSEIDONE: figlio di Crono e di Rea, fratello di Zeus e di Ade. A lui spettò la signoria del mare, comprese le coste e le isole.
Subì come gli altri fratelli (escluso Zeus) la sorte d'essere inghiottito dal padre che temeva la loro futura rivalità. Alcuni dicono che Rea fece divorare a Crono un puledro in vece di Poseidone, che nascose tra un branco di cavalli; altri, che Rea affidò Poseidone bambino alle cure di Cafira, figlia d'Oceano, e delle Telchine nell'isola di Rodi. Quando grazie all'emetico di Meti Crono restituì i figli, Poseidone aiutò Zeus a sconfiggere i Titani e a rinchiuderli nel Tartaro sotto la sorveglianza dei giganti centimani. Allora i tre figli di Crono si spartirono l'universo, lasciando la terra e l'Olimpo come territorio comune. Zeus ebbe il comando supremo e Poseidone spesso cercò di ribellarsi; partecipò con Era, Atena, Apollo e tutti gli altri olimpi, ad eccezione di Estia, alla congiura contro Zeus. Insieme lo legarono, ma la nereide Teti, con l'aiuto del centimane Briareo, lo liberò. Zeus appese al cielo Era, la vera organizzatrice della congiura, e punì Apollo e Poseidone costringendoli a servire il re Laomedonte.
Poiché gli occorreva una moglie che si trovasse a suo agio negli abissi marini, Poseidone pensò subito alla nereide Teti, ma quando seppe che il figlio nato da lei sarebbe stato più famoso di suo padre, rinunciò a sposarla. Pose allora gli occhi su Anfitrite, figlia di Nereo o di Oceano. La corteggiò e Anfitrite, sgomenta, si rifugiò sul monte Atlante, ma un certo Delfino la trovò e la convinse ad accettare il dio come consorte. Come premio per questa sua azione, Delfino venne posto in cielo in una costellazione.
Anfitrite gli generò tre figli: Tritone, Roda e Bentesicima; ma Poseidone ebbe numerosi amori con dee, ninfe e donne mortali, tutti fecondi. Anfitrite si ingelosì soprattutto di Scilla, figlia di Forcide, e la trasformò in un mostro dalle sei teste e dodici zampe. Demetra per sfuggire alle molestie di Poseidone si tramutò in giumenta e il dio, trasformatosi a sua volta in stallone, la coprì generando il cavallo Arione e la ninfa Despena. Poseidone amò anche la gorgone Medusa, a quel tempo ancora una bellissima fanciulla, e giacque con lei nel tempio di Atena, crimine per cui Medusa venne trasformata dalla dea in un orribile mostro alato che Perseo uccise. Dal cadavere della Medusa gravida nacquero il gigante Crisaore e il cavallo alato Pegaso. Poseidone generò anche il gigante Anteo insieme a Gea, sua nonna; fu padre di molti Giganti tra cui Oto ed Efialte, avuti da Ifimedia, che cercarono di prendere d'assalto l'Olimpo; del gigantesco cacciatore Orione che fu ucciso da Artemide; di Polifemo che, accecato da Odisseo, gli chiese di vendicarlo. Ebbe anche figli di dimensioni umane, ma tutti d'indole violenta: i briganti Cercione e Scirone che vennero uccisi da un altro dei suoi figli, Teseo; Amico, re dei Bebrici, ucciso da Polideuce, figlio di Zeus; Busiride, re d'Egitto, ucciso da Eracle; i sei figli avuti da Alia, che fatti impazzire da Afrodite tentarono di violentare la propria madre, ma Poseidone, con un colpo di tridente, li fece inghiottire dalla terra per sottrarli al castigo.
Tra i suoi figli mortali ricordiamo anche i gemelli Belo e Agenore, figli di Libia; Teseo, il più celebre di tutti, figlio di Etra moglie di Egeo; il grande navigatore Nauplio, figlio di Amimone; Pelia e Neleo, figli di Tiro; Cicno, figlio di Calice re di Colone, e molti altri ancora.
Il suo odio per i Troiani aveva origine nell'anno di servitù che Poseidone e Apollo dovettero trascorrere presso re Laomedonte, padre di Priamo. Avevano stabilito col re di costruire le mura della città di Troia in cambio di una certa somma e quando ebbero compiuto l'opera Laomedonte rifiutò di pagare il salario pattuito. Apollo si ritenne pago della pestilenza che inviò alla città e infatti aiutò i Troiani durante la guerra, ma Poseidone non si sentiva sufficientemente vendicato nemmeno dal mostro marino che aveva inviato e che era stato sul punto di divorare Esione, figlia di Laomedonte, perciò continuò a perseguitarli durante tutti i lunghi anni della guerra. La sua ira non risparmiò neppure i combattenti greci e aiutò infatti Atena a punirli per il sacrilegio compiuto da Aiace figlio d'Oileo che aveva violato Cassandra nel tempio della dea. Poseidone inoltre, mentre Aiace si vantava d'essere riuscito a salvarsi dal naufragio, spezzò con un colpo di tridente lo scoglio sul quale il naufrago si era rifugiato, e lo annegò; tutti gli altri comandanti greci smarrirono la rotta a causa d'una tempesta, perché ritenuti colpevoli di non aver punito il suo crimine. Odisseo fu invece risparmiato poiché aveva proposto che Aiace fosse lapidato, ma riuscì poi ad attirarsi l'odio di Poseidone accecando suo figlio Polifemo. Da quell'episodio il suo viaggio di ritorno si svolse in mezzo a mille difficoltà che gli procurarono la perdita di tutti i suoi compagni. Poseidone punì anche i Feaci che l'avevano aiutato, bloccando l'accesso al loro porto con una montagna e trasformando in pietra la nave con la quale avevano accompagnato Odisseo a Itaca.
Poseidone abitava un palazzo subacqueo al largo di Egea, in Eubea. Percorreva il mare col suo aureo cocchio capace di velocità incredibili. Il dio si mostrò avido di assicurarsi regni sulla terra e in queste sue pretese fu in genere sfortunato. Così sfidò Atena avanzando pretese su Atene e Trezene, e i due dèi furono invitati a un confronto. Poseidone giunse in Attica e, con un sol colpo del suo tridente, fece scaturire in mezzo all'Acropoli una sorgente d'acqua salmastra. Poi arrivò Atena che, prendendo il re Cecrope a testimone, piantò un olivo sulla collina. Per decidere, Zeus nominò arbitri: ora si dice che gli arbitri fossero Cecrope e Cranao, e ora i dodici dèi. La decisione fu favorevole ad Atena, poiché Cecrope testimoniò che la dea era stata la prima a piantare l'olivo ad Atene. Poseidone, adirato, inviò un'inondazione che ricoprì la pianura d'Eleusi. Per Trezene, Zeus impose un'equa divisione tra i due, ma né l'uno né l'altra ne furono soddisfatti. In seguito Poseidone cercò invano di strappare Egina a Zeus e Nasso a Dioniso; a Delfi, fu Apollo a spuntarla. Quando vantò pretese su Corinto, la città di Elio, il gigante Briareo, preso come giudice, decise di assegnare soltanto l'istmo a Poseidone. mentre Elio ebbe l'acropoli della città. Per Argo, fu Foroneo ad avere l'incarico d'arbitrare la contesa tra Poseidone ed Era; anche in questo caso, la decisione fu favorevole alla dea. Nel suo furore, Poseidone colpì l'Argolide prosciugando tutte le sorgenti del paese. Poco tempo dopo, Danao e le sue cinquanta figlie arrivarono in Argolide e non trovarono acqua da bere. Grazie ad Amimone, una delle Danaidi, di cui Poseidone s'innamorò, l'Argolide recuperò le sorgenti.
Poseidone si mostrò in alcuni casi anche capace di pietà. Trasformò la Tessaglia in una terra fertile provocando un grosso terremoto che scavò la valle di Tempe attraverso cui scorreva il fiume Penelo. Salvò Ino e il figlio Melicerte che si erano gettati in mare trasformandoli nelle divinità marine Leucotea e Palemone. Nominò Castore e Polideuce (i Dioscuri) protettori dei naviganti, dando loro il potere di placare le tempeste. Veniva invocato il suo aiuto per evitare i terremoti e perciò i Greci lo chiamavano Asphalios, "colui che previene le scosse".
In quanto dio dei cavalli era conosciuto anche col nome Hippios ("signore dei cavalli"). Donò cavalli a molti dei suoi protetti: a Pelope che amava diede cavalli alati con cui potè ottenere in sposa Ippodamia. A Ida quelli che gli permisero di portare con sé la figlia di Eveno, Marpessa; al tracio Reso cavalli bianchi come neve e veloci come il vento, che poi Odisseo e Diomede rubarono; a Peleo per le sue nozze con Teti la coppia di cavalli immortali Xanto e Balio che vennero poi ereditati da Achille. Poseidone veniva anche associato con gli arieti perché quando rapì Teofane, per evitare i pretendenti che si erano gettati all'inseguimento, si trasformò in ariete e trasformò la giovane in una pecora bellissima. Teofane generò un ariete alato con il Vello d'Oro che Nefele donò a suo figlio Frisso per salvarlo da Atamante.
Tutti gli dèi del mare possedevano la virtù di mutare forma, ma Poseidone trasformò oltre a sé anche molti esseri umani. Dopo aver violato Cenide, dietro sua richiesta la trasformò in uomo e mutò Alope in una sorgente d'acqua. Donò a suo figlio Periclimeno il potere di mutare forma a volontà e lo stesso fece per Mestra da lui sedotta. Rese il figlio Cicno invulnerabile.
Il culto di Poseidone era assai diffuso, dalla Beozia e dalla Tessaglia a Corinto, ove in suo onore si celebravano i giochi istmici e nella Magna Grecia, a Taranto e, ovviamente, a Poseidonia (Paestum).

Era (Giunone)

Era (Giunone)Figlia di Crono e Rea, ha un rapporto incestuoso col fratello Zeus di cui diviene la seconda sposa dopo aver perseguitato in tutti i modi Leto (prima moglie di Zeus ). Di carattere non facile sopporta con stoicismo le continue avventure del fratello-marito e, forse proprio per questo, è considerata la protettrice dei matrimoni. Particolare è il modo in cui fu sedotta da Zeus . Egli, per conquistarla, scatenò un tremendo temporale e, trasformatosi in cuculo, si lasciò bagnare per bene. Quando dopo la pioggia la Dea decise di fare una passeggiatina vide il povero uccellino e, commossa, lo prese in mano per riscaldarlo. Come lo fece, Zeus assunse le sue vere sembianze e la sedusse.

Era veniva spesso identificata con Giunone e veniva considerata la dea protettrice del matrimonio. Suoi figli erano Ares, Efesto, Ebe e Ilizia.
Moglie fedele e gelosa era famosa per perseguitare le amanti ed i figli di Zeus e per non dimenticare mai alcuna offesa.
    Le vendette di Era venivano tramandate in varie leggende, tra di esse probabilmente la più famosa è quella nei confronti del principe troiano Paride che le aveva preferito Afrodite in una gara di bellezza e che, per questa ragione, aiutò i greci nella guerra di Troia finché la città non venne distrutta. Era fu sempre fedele al suo sposo e fu perciò venerata come simbolo della santità e della devozione coniugale. Della sua fedeltà diede prova specialmente quando ISSIONE, re dei Lapiti, invitato da Giove ad un banchetto tra gli dei osò corteggiarla, tradendo così il sacro rispetto dell’ospitalità e la stima di cui il re degli dei lo aveva onorato.
    La Dea infatti avvertì subito il marito, che, astutamente, per cogliere sul fatto l’intraprendente e punirlo come meritava, escogitò una insidia veramente singolare. Prese una nuvoletta, le diede le forme e la fisionomia di Giunone: si nascose poi fra le altre nuvole e attese gli eventi. Di nulla sospettando, Issione cadde nel tranello e, sorpreso da Giove mentre tentava con parole di miele la bella nuvola, fu da lui condannato nel Tartaro a girare su se stesso senza posa, per l’eternità, legato a una ruota infuocata, spinta da venti furiosi. Dalla nuvola di Issione Giove fece poi nascere i CENTIAURI, mostri dal corpo di cavallo con forma umana dal petto in su, perché rimanesse il ricordo del suo tradimento.

A tanta fedeltà della moglie - come già si è detto - non ne corrispondeva altrettanta da parte di Giove. Da ciò l’ira continua di Giunone, che, superba, gelosa, vendicativa, perseguitava spietatamente non solo le Dee, le Ninfee e le donne amate da Giove, ma anche gli innocenti figli che da loro nascevano. L’Olimpo spesso tremava per i fragorosi litigi della coppia divina, i guai a chi osava frapporsi!!!!
    Così, quando da Giove e da ALCMENA, regina di Tebe, nacque ERCOLE, Giunone lo perseguitò fin dalla nascita mandando sulla sua culla due serpenti che lo uccidessero (ma il prodigioso fanciullo li strozzò entrambi con le proprie mani!), e poi costringendolo a servire il re EURISTEO (che gli impose le famose dodici fatiche!) nella speranza che morisse affrontando pericoli e mostri di ogni genere.
    Un'altra volta Giove s'innamorò di IO, giovane principessa greca. Per fare in modo che nessuno, e in particolare Giunone, sospettasse qualcosa, escogitò un nuovo stratagemma: trasformò la giovinetta in giovenca. Giunone capì l'inganno e astutamente… gliela chiese in dono. Giove, per non tradirsi, fu costretto a stare al gioco: " Prendila pure! E' tua! Di giovenche ce ne sono tante! ". La dea, per nulla ingannata da quella faccia tosta, avuta la Giovenca, la diede in custodia ad ARGO, un gigante che aveva cento occhi, cinquanta dai quali, a turno, rimanevano sempre spalancati quand'egli dormiva.
    La partita sembrava ormai definitivamente chiusa a favore di Giunone, sennonché Giove, per liberare la sua amata giovenca, incaricò MERCURIO di addormentare completamente il severo custode con una dolce, soporifera melodia e poi di ucciderlo. Allora Giunone, furibonda, si vendicò contro l'infelice lo per mezzo di un tafano che incominciò a punzecchiarla tanto furiosamente, che la povera Giovenca fu costretta ad una fuga precipitosa fino al lontano Egitto, dove, finalmente, ad un tocco di Giove, riebbe la figura umana e fu quindi venerata dagli Egizi come una dea dal nome di ISIDE. Anche l'ira, di Giunone, allora, si placò; ma la dea, non dimentica dei servigi resi del fedelissimo e sfortunato Argo, volle che i suoi cento occhi ornassero la coda del pavone a lei sacro, che, come abbiamo già ricordato, con i suoi cangianti, purissimi colori è il simbolo dell'incantevole cielo stellato.

Ade (Plutone)

Ade (Plutone)Nella mitologia greca, Ade, figlio di Crono e Rea nonché fratello di Zeus e di Poseidone, era il padrone degli inferi (nel senso greco-romano del termine).  Inizialmente si riteneva che la sua dimora fosse ad occidente, dove tramonta il sole, ma col tempo fu identificato con il mondo sotterraneo. Con la moglie Persefone, regnava sui morti. Le vie d'accesso al suo regno erano due fiumi, lo Stige e l'Acheronte, sui quali navigava Caronte col compito di condurre i morti al cospetto del dio per essere giudicati. La maggior parte dei defunti finiva nella Pianura degli Asfodeli (una specie di Purgatorio); i più fortunati arrivavano invece ai Campi Elisi, mentre i pochi che durante la loro vita terrena avevano osato offendere gli dei avevano come destinazione finale il Tartaro. Il giudizio sulla vita terrena era affidato a tre uomini distintisi in vita per il loro essere molto giusti: Minosse, Radamanto ed Eaco.
    Ade, durante il solstizio d'inverno, era autorizzato ad accedere all’Olimpo per restare con i suoi fratelli. Secondo alcuni scrittori, avrebbe avuto anche una figlia dal nome Macaria, dea della morte "felice". Ade non era un dio mostruoso ma semplicemente implacabile ed inflessibile e pronunciare semplicemente il suo nome era già di cattivo augurio. Per questo motivo, molto spesso, per indicarlo si utilizzava un soprannome o un eufemismo:

    Ploutôn = quello che arricchisce,
    Eubouleus = buon consulente,
    Aïdoneus = quello che non si vede,
    Klymenos = rieletto,
    Polydegmon = che riceve molto,
    Pylartes = alle porte solidamente chiuse,
    Stygeros = orribile, Orcus, nome utilizzato dai Romani la cui origine resta oscura.

    Più tardi, fu anche considerato come un dio benefattore, distributore della ricchezza agricola (Ploutôn, quello che arricchisce), da qui la sua cornucopia.
    Fu identificato con l'egiziano Sérapis e con il romano Plutone. Pochissimi luoghi di culto gli erano dedicati e gli sacrificavano, soltanto durante la notte,  pecore o tori neri. Euripide segnala che Ade non era oggetto di libagioni rituali.

    Durante il solstizio d'inverno, era autorizzato ad entrare all'Olimpo per stare in compagnia dei suoi fratelli. Ade partecipava a titanomachie, in occasione del quale i ciclopi gli avevano fabbricato un casco meraviglioso permettendogli di rendersi invisibile. Ricevette la sovranità sul mondo sotterraneo e sugli inferni in occasione della divisione del mondo con i suoi due fratelli. Ade era abbastanza discreto nella mitologia, essendo principalmente legato a leggende che coinvolgono eroi (Orfeo, Teseo ed Eracle sono fra rari mortali che lo incontrarono). Inoltre, usciva raramente dal suo regno: una volta per rapire Persefone ed un'altra volta per farsi curare, sul monte Olimpo, della ferita inflittagli da una freccia di Eracle. Possedeva anche greggi, che pascolavano nell'isola di Erizia, l'isola rossa. Erano custodite dal pastore Ménoétès che fece la spia di Eracle, quando l'eroe rubò le greggi di Gerione.

Ade,  poiché non aveva donne, rapì, con l'accordo di Zeus,  Persefone, mentre stava raccogliendo dei fiori, assieme a delle ninfe, vicino al lago di Pergusa (Sicilia). La madre, Demetra, la cercò ovunque e, non trovandola,  scatenò sulla  terra una grande carestia. Elios, il dio sole, gli rivelò che si trovava nel regno dei morti. Zeus fu allora obbligato a tentare una riconciliazione ed ordinò a suo fratello di rendere Persefone alla madre prima che la terra intera fosse morta di fame.

Inviò Ermes a portare il messaggio ad Ade. Quest'ultimo fu d'accordo nel lasciarla partire a condizione che non avesse ancora gustato i prodotti alimentari dei morti. Persefone non aveva mangiato nulla dal momento del suo rapimento ed Ade fu costretto a rispettare i consigli del suo fratello e, nascondendo il disappunto, la rinviò a sua madre. Ma appena Persefone  s’incamminò verso Elusi, Ascalaphos, uno dei giardinieri di Ade, rivelò che l'aveva vista raccogliere una granata e mangiarne sette grani. Persefone aveva mangiato i prodotti alimentari degli inferni e doveva restare eternamente nel regno oscuro. Zeus intervenne nuovamente e propose a Persefone di passare sei mesi dell'anno agli inferni e sei mesi sulla terra. Ciò fu accettato. Da quel momento, si associa la primavera e l'estate ai mesi i cui Persefone è sulla terra e l'autunno e l'inverno ai mesi che passa agli inferni.

Secondo Ovidio, Ade s’innamorò di Menta, una ninfa degli inferni. Ciò dispiacque fortemente a Persefone che la trasformò in una pianta. Ade s’innamorò anche di Leucé, una ninfa figlia di Oceano,  e  Persefone  la trasformò in pioppo bianco.

Il dio è spesso rappresentato come un uomo maturo, barbuto, selvaggio, spesso seduto su un trono e tenendo uno scettro, con il cane a tre capi, Cerbero, il cipresso e con quattro cavalli neri i cui nomi erano, secondo Claudien (poeta latino del quinto secolo), Æthon, Alastor, Nyctéus ed Orfeo. Spesso indossava il casco fabbricato dai ciclopi, che aveva la proprietà di rendere invisibili tutti quelli che lo portavano. A volte lo prestava a dei mortali, come a Perseo quando andò a vedere Medusa, o a degli dei, come ad Ermes quando combatté i giganti o ad  Atena in occasione della guerra di Troia per permetterle  di non farsi vedere da Ares.

Demetra (Cerere)

Demetra (Cerere)Figlia di Crono e Rea, personificava la "terra madre".
Demetra era la dea della fertilità, dea madre della terra che proteggeva la germinazione e, principalmente, la crescita del grano ed era anche considerata come la dea della cosmogenia.
Dal mortale Iasione ebbe Pluto, Dio della ricchezza, ma era strettamente legata a sua figlia Persefone, frutto del suo amore con Zeus.
Quando quest'ultima venne rapita da Ade, Demetra la cercò ovunque impedendo alla terra di dare frutti finché non l'avesse ritrovata. Poiché le ricerche duravano a lungo, sui mortali incombette il forte pericolo di carestia. Per evitarlo, Zeus intercesse presso Ade affinché restituisse Persefone alla madre.
Grazie all'intercessione del padre degli Dei, si raggiunse un compromesso: la giovane avrebbe passato ogni anno 4 mesi con Ade in corrispondenza del periodo invernale.
Demetra, la terra madre, era figlia di Cronos, il tempo, e di Rea, madre degli dèi.
Si narra che, da un giovane cacciatore cretese al quale Demetra si sarebbe concessa nel solco di un campo, ebbe un figlio, Pluto (la ricchezza). La terra, per fargli una culla, subito si coprì di splendido grano. In ricordo di questo avvenimento si onorò Demetra come la dea delle messi. Dall'unione di Demetra con il fratello Zeus , re degli dei, nacque Persefone, la bellissima dea dal viso in fiore. In un momento di debolezza con Poseidone, dio del mare, Demetra concepirà Dioniso, dio del vino.
Persefone un giorno fu rapita da Ade, dio degli inferi, con la complicità di Zeus, felice di poter giocare un brutto tiro all'infedele Demetra.
Sentendo le grida della giovane fin dall'altro capo del mondo, Demetra, che la amava sopra ogni altra cosa, si strappò il diadema che ornava la sua stupenda capigliatura per coprirsi di cupi veli. Urlando per la disperazione e volando come un uccello al di sopra delle acque, che si coprirono di onde, e delle terre, che si mutarono in deserti, ella partì alla ricerca della sventurata Persefone.
Per nove giorni errò in tal modo, con una torcia accesa in ogni mano, e rifiutò sia di cibarsi dell'ambrosia e del nettare, sia di bagnare il proprio corpo con qualcosa di diverso dalle sue stesse lacrime, finché la sua amatissima figlia non le fosse stata resa. La pioggia non cadeva più dalle pesanti nuvole che coprivano la terra e non una sola pianta spuntò o maturò.
Demetra fu raccolta da alcuni uomini molto poveri che vivevano ancora quasi come bestie al limitare della foresta. Per ringraziare queste brave persone la dea consegnò loro le spighe di grano che teneva ancora nella mano. L'ultimo figlio, Trittolemo, decise allora di viaggiare per tutto il mondo, allo scopo di diffondere il dono divino. Grazie a lui, gli uomini, abbandonarono così lo stato ferino e una nutrizione basata su ciò che raccoglievano sporadicamente.
Gli uomini, non avendo più nulla da mangiare, non disponevano neppure di alcuna offerta o sacrificio e quindi non onoravano gli dei.
Iride (l'arcobaleno) venne invitata presso l'inconsolabile Demetra per indurla alla ragione, ma invano. Gli immortali vennero, uno a uno, per colmarla di doni meravigliosi, ma ella non desiderava altro regalo se non la figlia adorata. Allora Zeus mandò Hermes, negli inferi, e quest'ultimo seppe persuadere Ade: conciliante, il signore del buio mondo, autorizzò la sua sposa languente a partire e, approfittando del fatto che quest'ultima aveva aperto la bocca per gridare la propria gioia, le fece ingoiare di sorpresa un seme di melograno.
Di conseguenza, avendo infranto il digiuno, di rigore negli inferi, Persefone era condannata a ritornarvi. Hermes la riportò dalla madre. Mentre si abbracciavano, i solchi si chiusero e i germogli di grano si levarono in file serrate, la terra si coprì di verde e di fiori, i rami furono sovraccaricati di frutti.
Quando gli uomini ebbero ammassato tutti i raccolti, Persefone dovette ubbidire al suo destino. Ormai, ella avrebbe trascorso un terzo dell'anno sotto terra, ritornando in primavera per restare con la madre e gli altri dei durante il rimanente tempo.
Da allora, la natura non può adornarsi di fiori ,spighe e frutti se non dopo l'espiazione dell'inverno.